Zingari, Presentazione

Zingari, Presentazione

Zingari

Di Stefano De Matteis

Forse per il 1926, l’anno in cui Raffaele Viviani scrisse e mise in scena Zingari, questi, gli zingari, potevano essere considerati come la metafora più adatta a rappresentare una variazione (peggiorativa o estrema o forse solo realisticamente camuffata) dei napoletani e delle condizioni di violenza reciproca che scattano in momenti non solo di costrizione o di cattività, ma anche di una certa normalità comportamentale se questo testo viene letto e interpretato come un esperimento di etologia sul sopruso e la violenza che si applica tra gli “ultimi” della terra.

All’interno del suo teatro e nelle condizioni dell’epoca, ricorrere a una diversità radicale come sono sempre stati considerati gli zingari (ovviamente con tutti gli stereotipi e i luoghi comuni, difficili da smantellare e far tramontare) permetteva all’autore di potersi concentrare sulla natura e sui sentimenti, sui soprusi e su quella violenza quasi connaturata nell’uomo che lo porta al dominio e alla distruzione dell’altro-simile, che si scatena quasi sempre sul più debole, indifeso o incapace.

Se il sentimento dell’amore sgorga naturale immediatamente acquista le connotazioni del dominio e del sopruso. Un amore non corrisposto merita la violenza o lo si addomestica o lo si combatte con un artificio altrettanto naturale come la magia, ingaggiando una partita senza esclusioni di colpi (mortali) per abbattere ogni barriera e ogni separazione che separa dall’appagamento del desiderio.

Dal 1926 ad oggi per fortuna non ci sono stati solo i campi di sterminio dedicati agli zingari, ma anche numerosi riconoscimenti e pratiche sociali che – al di la delle questioni di politically correct –, non ci permettono più di utilizzare il termine stesso “zingari” con la stessa facilità con cui lo si poteva fare allora. Ma neanche termini più “tecnici” come rom, sinti o a quanti altri appellativi il vocabolario ci offre.

Ma al di la delle forme e delle metafore, dei mestieri e delle condizioni, c’è una cosa che resta immutata: se parliamo di un esperimento etologico – simile a quelli che si fanno nei laboratori con le cavie per studiare le risposte a determinati stimoli comportamentali – la storia e la cronaca danno ancora oggi ragione a Viviani: più scendi la scala sociale, più la violenza è efferata; più vivi condizioni marginali, più ti rifarai su chi è più debole; più vivrai nel disagio più ricorrerai a strumenti comunicativi della violenza e della distruzione… e gli eventuali miglioramenti o passioni d’amore saranno solo dei sogni e le esigenze di equità sociale saranno sempre con il coltello sporco di sangue… per parafrasare quanto diceva John Brown simbolo della lotta per la liberazione “ogni forma di schiavitù porta a uno stato di guerra” per quanto possa essere dichiarato o inconsapevole.

 

Arrevuoto 2013 – ottavo movimento 

Zingari/ Boyun eğme!

riscrittura da Raffaele Viviani

a cura di Maurizio Braucci e Roberta Carlotto
progetto e realizzazione: “Arrevuoto- teatro e pedagogia” in collaborazione con “Sulukule Children Art Atelier”
produzione: Teatro Stabile di Napoli, Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia
direzione artistica: Maurizio Braucci
regia teatrale: Nicola Laieta, Christian Giroso, Tonino Stornaiuolo, Marta Porzio
regia musicale: Aykut Büyükçınar, Antonella Monetti
regia pedagogica: Chi rom.. e chi no /Sulukule Children Art Atelier
Guide: Biagio Di Bennardo, Emma Ferulano, Fazila Mat, Barbara Pierro, Simona Pierro.
Scenografie: Marco Matta, Paul Schweizer
Costumi: Maica Rotondo, Pina Iervolino
Organizzazione: Linda Martinelli
Foto di scena: Stefano Cardone, Giuliano Longone
Musicisti: Kadir Cicim, İbrahim Tellaloğlu, Onur Kayaroğlu, Efkan Haylaz

Interpreti: Alessandro Maffeo, Armando Stevic, Bajram Memed, Carmela Pandolfi, Chiara Maria Elena Ostuni, Chiara Schisano, Ciro Pretosino, Clara Morlino, Claudia Simioli , Claudia Zancaglione , David Memed , Desiree Migliore , Domenico Caruso, Emanuele Ercolano, Emanuele Massa , Fabiana Torre, Fioretti Emanuela , Gennaro Muto , Giovanni D’angiò, Giuseppe Iacone, Giusy Abbruzzese, Immacolata Ciaramella , Jasmine Greta Liguori, Laura Della Rocca , Marcella Orsi, Marta Capotortora, Martina Capasso, Massimiliano Maffeo , Nadia Di Maio, Nesim Eddi , Rajo Mehmed , Rita Caputo , Rosalia Vernucci, Rosaria Montersi , Sabrina Cuomo, Salvatore Serpico , Sefora Russo , Settimio Roberto, Simona Landieri, Sonia Longobardi, Tiziana Longobardi, Vincenzo Salzano.

Con il contributo di: Rotary International Club Napoli Est – Metronapoli – Compagnia Trasporti Pubblici Napoli CTP
Con il Patrocinio della Provincia di Napoli contro il sistema della camorra
Si ringrazia: Sabrina Cusano e Calogero Tornese, Funda Oral, Giuliano Longone e la famiglia Viviani

 

Boyun eğme!!/ Non sottometterti!

INTERVISTA a Maurizio Braucci.

Perché Zingari di Viviani?

Zingari è uno spettacolo che non si può più rappresentare così come Raffaele Viviani lo scrisse, viziato da luoghi comuni sui rom che per fortuna sono stati, almeno sulla carta, superati. Eppure mantiene tutta la sua forza e la sua verità sui temi dello sfruttamento e della precarietà, temi che oggi questa terribile crisi economica ha portato a galla e che riguardano soprattutto i giovani a cui vogliamo dare voce. Arrevuoto ha sempre avuto una forte componente di giovani rom e rom sono anche i musicisti di Istanbul con cui collaboriamo quest’anno. In un momento in cui le proteste antigovernative in Turchia diventano sempre più drammatiche, il nostro Zingari è una piccola bandiera da sventolare per la libertà e la dignità dei giovani di ogni paese, a partire da Napoli e da Istanbul. Per questo nel titolo abbiamo inserito uno degli slogan delle proteste: Boyun egme, non sottometterti!

Come nasce la collaborazione con il Sulukule Childrens art atelier?

Da tempo desideravo portare Arrevuoto verso una collaborazione internazionale, perché credo che il nostro metodo di lavoro pedagogico basato sull’incontro tra differenze può funzionare anche su grandi distanze. Dopo vari tentativi falliti, abbiamo conosciuto l’esperienza di Sulukule grazie a degli amici italiani che vivono ad Istanbul, così ci siamo incontrati e abbiamo capito che questa era la volta buona. Mancavano i soldi per fare il progetto così come lo avevamo pensato e alla fine abbiamo accettato di farne una versione ridotta per il Napoli Teatro Festival, augurandoci di riuscire l’anno prossimo a realizzare lo spettacolo integrale anche per il Festival Teatrale di Istanbul, magari per festeggiare lì il successo delle proteste di Gezi Park.

Quattro registi firmano lo spettacolo (Laieta, Stornaiuolo, Porzio, Giroso): perché?

Arrevuoto è un progetto collettivo, quindi anche la regia lo è. E’ interessante vedere quanto sia una sfida per i teatranti derogare dal metodo egocentrico per quello di gruppo, è un grande esercizio di crescita e raffinamento e alla fine il lavoro collettivo è più potente. Ormai ovunque, dalle scuole di scrittura a quelle teatrali, ai giovani viene insegnato nell’arte come essere narcisisti e guadagnarci, in Arrevuoto cerchiamo di fare il contrario, non a caso il nostro sito si apre con la frase di Carmelo Bene “Successo, participio passato del verbo succedere”. Così la regia collettiva è un perno fondamentale di Arrevuoto.

Quest’anno la gestazione del progetto è stata un po’ diversa rispetto agli altri anni: come mai?

Quest’anno c’è una crisi pazzesca, la gente perde il lavoro e spesso anche la salute, anche la cultura paga il suo prezzo e anche noi. La cosa però più disgustosa è vedere che i tagli e le riduzioni maggiori sono fatti al welfare e ai progetti non elitari, come se le porte della fortezza si stessero chiudendo per far sopravvivere solo i pochi legati al Potere. Un progetto di teatro e pedagogia vale meno di una grande kermesse, ma noi siamo ancora qui perché abbiamo delle buone idee progettuali e perché il gruppo di lavoro ha generosamente  accettato di lavorare benché da due anni non percepiamo soldi e le difficoltà del Mercadante ci hanno messo finanziariamente in ginocchio.

Arrevuoto è arrivato alla sua ottava edizione, quali saranno gli sviluppi futuri del progetto?

L’anno prossimo vorremmo realizzare uno Zingari integrale e portarlo ad Istanbul con non “solo” i 40 ragazzi di quest’anno. In genere vorremmo che Arrevuoto continuasse con i laboratori teatrali tra centro e periferie durante l’inverno per debuttare con uno spettacolo in primavera, per poi fare un progetto di incontro internazionale durante l’estate. E’ un obiettivo arduo con le difficoltà finanziarie che imperversano, ma sarebbe un fiore all’occhiello della pedagogia non autoritaria e della formazione teatrale giovanile.